Guerrilla Spam su festival, rifugiati, mostra a Torino e Blu

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Pubblichiamo l’intervista integrale al collettivo artistico  Guerrilla Spam, pubblicata il 12 Agosto 2016 su www.sosm.pl, a cura di Mariusz Jaksik.

Abbiamo scritto in precedenza di Guerrilla Spam ma molti dei nostri lettori non conoscono chi siete e cosa fate: introducetevi…

Siamo un gruppo indefinito di persone che si esprime attraverso l’affissione, quasi sempre non autorizzata, di immagini, disegni, poster, sui muri delle città. Abbiamo iniziato a lavorare in questo modo a Firenze, nel 2010, e da allora sono cambiate molte cose, abbiamo sviluppato nuove tecniche e nuovi linguaggi ma la pratica illegale dell’affissione pubblica è rimasta alla base del nostro progetto. Ci interessa produrre dei contenuti liberi in spazi che la gente può fruire senza pagare un ticket o senza avere il supporto di un critico o un curatore che gli dica cosa sia “arte” e cosa non lo è.

Nei vostri lavori vi concentrate spesso su questioni politiche e religiose? Quale è la vostra opinione su temi caldi come la crisi migratoria in Europa, il “Transatlantic Tradeand Investment Partnership” (TTIP)?

Pier Paolo Pasolini diceva che l’artista è sempre una “contestazione vivente, appena apre bocca, contesta qualcosa, al conformismo, a ciò che è ufficiale, a ciò che è statale, nazionale, a ciò che va bene per tutti”. Questo è ciò che non solo gli artisti, ma i cittadini tutti, dovrebbero fare. Assumere un ruolo critico di “contestazione vivente”, dubitare, mettere in discussione e poi tentare nuove vie propositive. Il nostro lavoro è una continua presa di posizione su questioni politiche e religiose, e una continua “contestazione”. Tra l’altro, forse, noi italiani siamo tra i pochi in grado di affrontare temi come la religione, la chiesa e il clero, dato che viviamo da secoli questa situazione di simbiosi
con un potere decisamente invadente. I flussi migratori sono un’altra realtà che tocca la nostra penisola da sempre; prima quando gli italiani migravano verso l’America o altri paesi europei ed ora, che invece gestiamo noi il ruolo dell’accoglienza. L’italiano medio ha ancora troppa paura verso l’altro e il diverso, l’egoismo o il falso perbenismo dilagano, e questo è vergognoso in una società civile come dovrebbe essere la nostra. Riguardo i TTIP anche qui la questione è dubbia, un accordo ideato solo da grandi aziende e multinazionali, difficilmente tutelabile dai parlamenti, può essere un vero strumento di aiuto agli Stati e ai cittadini?

I vostri interventi sono quasi sempre illegali. È una vostra scelta? Vi considerate parte del movimento del “muralismo”?

Il gesto non autorizzato sta alla base di tutti nostri lavori. Non ci interessa essere considerati artisti, “street artisti”, o parte di un movimento come quello del muralismo o dell’arte urbana. Lavoriamo quotidianamente attaccando poster non autorizzati nelle strade, questo è quello che siamo. Quando lavoriamo con gallerie, musei o fondazioni d’arte, cerchiamo di produrre opere che finita l’esposizione possano essere affisse nelle strade, riportando la nostra espressione da un luogo elitario a un luogo pubblico. Alcune opere esposte in una galleria d’arte di Berna sono state poi affisse nella città in modo illegale, o altri disegni esposti in una mostra del Museo Pecci di Arte Contemporanea di Prato sono stati poi attaccati in uno spazio occupato a Firenze. È interessante vedere i differenti atteggiamenti delle persone in uno spazio come la galleria, in cui le opere hanno una certa aurea e riverenza, o in un centro sociale, dove quel disegno è apprezzato ma anche vissuto normalmente come un oggetto comune. È tutto un discorso di “contesto”; chi venera le opere nelle gallerie o nei musei come fossero reliquie probabilmente ha dei problemi.

Avete inaugurato una mostra nella Galo Art Gallery alcune settimane fa. Volete raccontare la mostra ai lettori polacchi? Di che cosa tratta l’esposizione e di che cosa volevate parlare?

Raramente esponiamo in galleria, questo è stato uno di questi casi. Conosciamo molto bene Galo, un artista che lavora nella scena dei graffiti e dell’arte urbana da molti anni, un punto di ritrovo per la generazione di nuovi artisti che gravitano a Torino o che passano dalla città, e questa è una delle motivazioni per cui abbiamo scelto di collaborare con lui. Non volevamo però portare i nostri soliti poster di carta in uno spazio così diverso dalla strada, quindi abbiamo pensato di fare una mossa rischiosa che fosse l’opposto del nostro solito lavoro: dipingere delle tele ad olio come facevano i pittori fiamminghi del 1400/1500. Abbiamo pensato a tutte le tele come un’unica grande opera componibile, che una volta stampata abbiamo attaccato illegalmente nelle strade di Torino. In questo modo le opere erano visibili durante la mostra in galleria ma anche in strada in modo più completo. Il tema della mostra poi era una descrizione del nostro paese, con tutte le sue contraddizioni e problematiche. Abbiamo affrontato molti temi, dalla politica alla religione, dall’immigrazione alle mafie e al ruolo degli intellettuali. Un calderone con tanti spunti che univa gli scritti di Pasolini alle immagini satiriche e allegoriche di pittori come Bosch e Brueghel.

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Tutte le opere in mostra sono in bianco e nero? Perché?

Dipingiamo da sempre in bianco e nero. Abbiamo iniziato così perché i disegni in strada erano più di impatto e le fotocopie costavano poco e potevamo stampare molti più poster. Con il tempo abbiamo scelto di non aggiungere alti colori e di concentrarci sul segno, sulle texture e sui tratti delle composizioni. Nella mostra abbiamo usato colori ad olio e lavorato molto anche con vari tipi di sfumature di grigio utilizzando due neri e due bianchi freddi e caldi, in modo da avere ben sei tonalità leggermente diverse che riproducono certi usi del colore ad olio presenti sulle pale esterne dei trittici fiamminghi.

L’Italia è il paese con la maggior concentrazione di festival di street art nel mondo. Guy Debord diceva: “Gli spettacoli pubblici sono più forti in Italia e Francia perché l’esperienza democratica in questi paesi è delle più povere”. Probabilmente è per questo che la scena dei festival di street art è così forte da voi? O forse lo è perché i festival possono essere un buona occasione per spendere denaro pubblico in modo non chiaro e l’Italia possiede un livello estremo di corruzione?

Questa è una domanda divertente! In Italia i festival di street art sono ormai come le sagre contadine di paese, sono ovunque, sono folcloristiche e tra un panino con la porchetta e un bicchiere di vino si dipinge un muro possibilmente colorato perché così piace alla gente!). Roma è un dramma, è la città più invasa e più colonizzata da questo fenomeno. Avevamo fatto un poster abusivo un po’ di tempo fa con i personaggi delle gallerie romane che come dei conquistadores andavano con rulli e pennelli verso i muri della città. Il poster è stato subito rimosso. La situazione comunque è proprio questa, non so dirti come mai siamo arrivati a questo, bastava osservare Londra dieci anni fa per comprendere come Roma sarebbe diventata oggi una “Brick Lane Eterna”, fatta di street art tour e safari, facciate autorizzate, festival e show.
Forse Guy Debord aveva ragione, a Roma poi la corruzione non manca. Si usa spesso impropriamente il termine “riqualificazione” per prendere soldi pubblici, far dipingere cinque muri giganti e fare una serata con vernissage e musica. Cosa rimane poi nel quartiere che la gente vive?
Un muro dipinto riqualifica una zona periferica? Non crediamo che basti, eppure le amministrazione usano la street art come spot per fare campagne elettorali. Recentemente abbiamo provocato pubblicamente ad un dibattito all’Accademia di Torino un assessore che usava le immagini di muri dipinti da Millo come slogan elettorali, lei ci ha risposto indispettita. Ci è anche capitato di incontrare il curatore Michał Bieżyński che ha creato uno dei più importanti festival di street art nel vostro paese. Lui era abbastanza sicuro di sé e si vantava di aver portato grandi artisti in Polonia. Bella merda! Abbiamo discusso, avevamo due modelli culturali differenti. Lui portava avanti questo modello di grande festival con grandi nomi, grandi budget, grande risonanza, una “commercialata” insomma… Noi gli abbiamo suggerito che forse è una merda invitare un artista per quattro giorni in città, farli fare il muro e riprendere l’aereo subito. Siamo nell’epoca di un colonialismo sfrenato e di artisti che vanno in giro freneticamente a fare muri “copia-incolla” non tenendo conto se si è a Los Angeles o a Cracovia. È colpa degli artisti che non hanno responsabilità e dei curatori che ci speculano. Forse sarebbe meglio lavorare più sul territorio, con le persone, con progetti più pensati. Forse sino ad ora non potevamo capirlo ed è andata così, ma adesso abbiamo
un bel po'; di esempi negativi di fronte, e paesi come la Polonia, ma anche tutto l’Est in generale, hanno l’opportunità di non diventare uno “street art safari” dove la gente va con gli i-phone a farsi i selfie. Noi in Italia abbiamo già perso, ora la sfida è vostra.

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Abbiamo parlato per la prima volta in occasione della mostra “Banksy &co.” a Bologna. Conoscete Blu e la sua opinione a proposito di questa esposizione? E voi che opinione avete sulla mostra e sulla scelta di Blu di distruggere tutti i suoi lavori in città?

Negli ultimi mesi si è parlato quasi esclusivamente di questo in Italia. Noi ci siamo espressi con dei manifesti affissi illegalmente a Bologna che chiarivano in modo esplicito la nostra opinione sulla mostra e abbiamo rifiutato altre domande o interviste fino a ora. Riassumendo, adesso a mente fredda, possiamo fare alcune osservazioni:

1. Quando fai un pezzo in strada il pezzo non è più tuo. Se ci piscia sopra un cane, un bambino ci disegna, un signore lo fotografa o un coglione lo stacca dal muro, questo non ha importanza, hai scelto te di farlo e lasciarlo al pubblico e quindi prenditi le tue conseguenze.

2. L’idea di staccare dei disegni di un artista da un muro, fatti in luoghi come quelli, non ha senso. Come non ha senso il voler salvaguardarli e museificarli. Se poi i curatori si masturbano perché gli piace conservare e catalogare ogni cosa allora che stacchino pure quei due schizzi, ma che sia chiaro che lo stanno facendo per i loro orgasmi personali e non per il bene pubblico.

3. Condividiamo il gesto di Blu di aver rimosso tutti i suoi pezzi da Bologna per il fatto che ha reso “pubblica” una questione che rischiava di rimanere un dibattito “privato” tra artisti della scena e curatori. Tutti in Italia hanno saputo degli stacchi grazie a Blu e hanno potuto prendere una posizione. Ne parlava chiunque, anche i vecchietti dei bar che magari non sapevano neppure chi era, e questo è stato il potenziale di un gesto che apparentemente non aveva nessuna logica.

4. Non aveva nessun senso logico l’azione di cancellare i muri pubblici di Bologna per contestare dei muri staccati e messi in una fondazione privata; privare i cittadini per contestare uno speculatore privato. Tuttavia l’importanza del riscontro sul pubblico ha giustificato un gesto apparentemente non logico.

5. Non ci è piaciuta la posizione esclusivista che Blu ha tenuto, ma tuttavia i muri erano quasi tutti suoi e quindi poteva farlo. Qualche mese prima della mostra quando abbiamo saputo da alcune voci degli stacchi lo abbiamo sentito e volevamo, insieme a Hogre e a molti altri amici artisti, mobilitarci per fare qualcosa di simbolico, l’idea era di scrivere una carta con nomi e firme per prendere le distanze da quei gesti; Blu ci rispose che non erano “fatti nostri” e che non dovevamo fare niente. Noi crediamo che un’operazione del genere riguardava sì i suoi muri ma anche tutti noi, ma Blu la pensava in modo diverso. Rispettando la sua opinione non abbiamo fatto niente e poi abbiamo visto con sorpresa che due giorni prima l’inaugurazione ha cancellato tutti i suoi dipinti.
Sarebbe stato bello che tutta quella ridipintura fosse stata un gesto rivendicato coralmente da tutta una scena artistica che dissentiva e non solo da Blu, dato che eravamo in molti a pensarla come lui.
Questo è l’unico appunto che ci viene da fare ad un artista che stimiamo da sempre soprattutto per la sua attitudine, e che rispettiamo anche quando si pone in modo un po’ integralista e troppo “singolo” perché comunque il debito artistico e culturale che gli dobbiamo rimane grande.

Photo credits: Stefano Guastella, Valentina Psenner

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