Intervista a Ryan Spring Dooley: muri, epifanie, sogni

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Quando penso a Ryan Spring Dooley, non posso fare a meno di sorridere. È incredibile come questo ragazzo, arrivato in Italia dal Minnesota, abbia la sorprendente capacità di metterti di buonumore: sarà per l’accento, sarà per la sua aria rilassata, sarà perché la conversazione con lui è sempre brillante, ma è sempre un piacere incontrarlo.
Mi accoglie nel suo studio romano in un bel pomeriggio assolato di fine settembre. Per arrivarci mi aspettano ben quattro piani senza ascensore, ma la salita si rivela interessante: man mano che salgo, comincio a riconoscere alcuni dei suoi lavori: tele, disegni, sculture in cartapesta, una vera e propria galleria off, allestita gradino dopo gradino! Sì, sono stupita, ma fino ad un certo punto. Durante i miei anni napoletani, infatti, Ryan era una di quelle presenze piacevolmente sorprendenti a cui mi ero abituata durante le mie passeggiate: sugli intonaci compromessi delle mura dei vicoli del centro storico il suo universo artistico, sognante e musicale, veniva fuori all’improvviso strappandomi un sorriso nei posti e momenti più inaspettati. Sapevo, quindi, che avrei passato un pomeriggio diverso!
È difficile parlare di Ryan solo come street artist; la pittura in strada è, infatti, solo una delle sue mille espressioni: musicista, pittore, scultore, video maker. Sono tante le anime che compongono la sua identità, almeno tanti quanti sono i suoi alter ego: Yawn, Marvin Tiberius Crushler, Ryan
Mentre iniziamo la nostra chiacchierata, sta preparando le tele per la prossima mostra Constellation, presso la galleria Civico 16 di Pescara, e io sbircio i nuovi lavori interrogandomi sulle presenze che li abitano…

ryan-constellation“Sì, fondamentalmente mi piace l’idea che ci sia una storia (o più di una) nei miei lavori. Ho sempre scritto e “rubato” dalle situazioni delle cose da raccontare. Mi lascio catturare dal fascino dei luoghi, dalle immagini che mi colpiscono quando sono in giro. Mi piace molto condividere la magia e tramandarla, lo faccio anche per me stesso, per aiutarmi a ricordare cose, momenti. Mia nonna diceva che si può abbassare il livello di insicurezza dell’universo attraverso l’arte.

Ryan viene da Madison, Winsconsin, ha poi studiato nel Minnesota, vissuto a New York e viaggiato molto. Non posso non chiedergli le sue impressioni sul panorama (street)artistico italiano:

Mmm… mi sento lontano dai miei coetanei italiani perché sono interessato al classico, alla mitologia, agli studi rinascimentali. Sono cresciuto in America, ho vissuto a New York, nei musei vedevo principalmente pop art, la rappresentazione dell’uomo coglione. Ho avuto un’educazione americana: ho bisogno di bellezza! A volte invece, ho l’impressione che la gente voglia “emanciparsi” dalla bellezza. Forse dipende dal fatto che l’estetica è influenzata dal momento storico e la pittura si è un po’ persa nel discorso di elaborazione del ‘900; si torna all’astrattismo, a cose che mi ricordano Bruno Munari o che hanno un chiaro legame con la propaganda comunista o la pubblicità anni ’50, si seleziona un filone del passato e si cerca di seguirlo. Forse succede perché abbiamo ancora tanta voglia di elaborare i misteri dell’esplosione della pittura di massa.

Potrebbe trattarsi di una scelta di comodo, un modo per cercare di incontrare il gusto del pubblico proponendo cose che in passato hanno “funzionato”?

Warhol per esempio lavorava nella pubblicità, faceva il designer, ha capito i mezzi della comunicazione e come lui tanti artisti contemporanei hanno accesso a questo stratagemma: arrivare a più persone possibili, arrivare ad avere un consenso. In generale penso che cercare un ritorno di immagine sia ormai alla base dell’esigenze umane: la gente va al mare, si fa delle foto, le mette su internet perché vuole qualcuno che le dica che sta bene. E magari nell’arte succede la stessa cosa: è sempre piacevole avere qualcuno che ti dice che stai bene, no? A volte questo crea dinamiche che non favoriscono la creatività più sincera, ma alla fine è difficile che ci sia qualcuno che davvero riesca a fare una critica di tutta ‘sta roba!
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Pensi che questo atteggiamento riguardi anche la street art? Sta diventando una vittima del “like”?

Ah, boh! Magari in quanto utente dell’internet non me ne rendo conto perché non sono molto efficace nella mia ricerca, non guardo moltissimo. Però immagino che abbia un bel peso. La Rete può farti sfondare, ma è come dire che andare in discoteca ti fa scopare. Sono cose che si dicono da sempre, ma devi volerlo tu. La condivisione è utile, è una cosa forte della tecnologia, ma magari c’è anche un’altra maniera di elaborare il pensiero. Accreditare tutto ad un meccanismo non mi va, però è da considerare.

A proposito di street art, quali sono state le tue prime azioni in strada?

Ho provato con il writing, non ero bravissimo però mi divertivo! Era figo stare con quelli più grandi. Se stavi molto in mezzo alla gente diventavi anche tu parte di qualcosa, e questo è un aspetto che mi piace dell’arte e in particolare dei graffiti e della street art: stare insieme, scambiarsi idee, diventare parte di un gruppo, crescere e diventare a tua volta un punto di riferimento per i quelli più piccoli.

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Trovi diverso il writing americano da quello europeo?

Dalle mie parti era forte la componente territoriale, i graffiti erano una semiotica utile a delimitare zone, interessi … In altre città, a Los Angeles per esempio, c’era questa cosa delle bande di latinos che attraverso i graffiti lanciavano segnali, in seguito la cosa è diventata decorativa. Beh, quella realtà fa parte di un discorso urbano più americano, magari legato ad un disagio, ad un business diverso da quello normale.

E per quanto riguarda la street art?

Io ho studiato storia dell’arte a Minneapolis e un anno a Pavia. Dopo Pavia sono tornato a Minneapolis e i miei amici che facevano graffiti si erano messi a fare delle cose un po’ diverse, tipo un mio amico disegnava delle mutande, in ogni quadrato possibile faceva delle mutande! Ho iniziato con lui: dipingevo dei dinosauri, mi divertivo! Eravamo grezzi, molto grezzi, ma questa è la parte migliore dell’estetica americana, nello specifico dei graffiti: ci sono quelle linee così grezze, sporche, punk! Beh, all’epoca non c’erano ancora i tappini per fare le linee definite!

handyDopo Minneapolis sei tornato in Italia…

Esatto, e ho continuato a disegnare sui muri a Pavia e a Milano. A Milano ho conosciuto dei ragazzi che occupavano dei posti industriali e organizzavano feste ed eventi culturali, e lì c’erano momenti di scambio ed entusiasmo, era davvero bello. Mi ricordo in particolare di una festa: avevo portato una canna da pesca telescopica da usare come asta, mi si è avvicinato un ragazzo di Como che aveva un’asta lunghissima e abbiamo dipinto insieme. Da lì, siamo partiti per andare in Svizzera a dipingere in un posto occupato. È bello conoscere persone, fare questo tipo di esperienze e condividerle. La forze del muro è proprio il fatto che si possa dividere con altri: ci sono muri dove vengono fuori delle cose fantastiche proprio perché ognuno ha uno stile diverso… vengono anche fuori delle grandi litigate, ma è ok!

Cosa ti piace in particolare della street art?

Mi piace fare tante cose, non voglio sembrare umile quando invece non lo sono, mi piace sperimentare, trovare legami. L’arte ti permette di trovare un modo nuovo per mettere insieme i pezzi. Della street art, in particolare, mi piace il fatto che ci siano tante tecniche che puoi conoscere attraverso l’incontro con le persone e con gli altri artisti, è un’arte rinascimentale in questo senso. Mi ha suggerito tante idee: nuovi approcci alla linea, piccolezze geniali, righelli speciali, è bello che qualcuno ti faccia vedere la sua tecnica preziosa!

C’è qualche street artist italiano a cui sei particolarmente legato?

Sono stato fortunato e ho incontrato tantissime persone a cui mi sono legato non solo come “colleghi di muro”, sono nate amicizie profonde… è bello avere amici e colleghi che stimi e che ti stimano a loro volta.. È ancora più bello quando fanno cose molto diverse dalle tua e ti dicono: “Ryan ma che cazzo stai facendo?”. Se c’è critica, opinione, lo preferisco, ti ricorda che il mondo è pieno di cose diverse e o lo accetti o rimani da solo in un angolino a lamentarti.

E nel panorama europeo c’è una scena che ti ha colpito più delle altre?

Mi ricordo di Lisbona tanti anni fa, mi piaceva la poetica semplice e romantica di alcuni stencil artist.

scugnizzoQual è lo spazio più bello dove hai dipinto?

Mi piace il lavoro che ho fatto allo Scugnizzo Liberato (Napoli). Sono legato a quel lavoro perché è sviluppato molto in alto e l’ho fatto praticamente senza guardare. Per arrivare in alcuni punti dovevo sporgermi dalla finestra e non avevo la visuale di quello che stavo facendo: intuivo la curva del portico e dipingevo seguendo l’istinto. Ho lavorato da tre punti diversi, ma solo da uno riuscivo effettivamente a vedere. Per quanto mi riguarda, la cosa interessante del mio approccio al muro è che la cosa viene fuori dalla sfiga, dal fatto che ci siano delle difficoltà: fare un muro perfetto, preciso, mi fa sentire come se andassi contro l’essenza della strada… Mi affascina il fatto che possa anche venire una merda! Fare un’applicazione grafica perfetta su una superficie è come tradire il senso dell’ambiente, tradire la strada.

Infatti, molti dei tuoi lavori nascono su delle preesistenze o imprecisioni: crepe, vecchi manifesti, incrostazioni.
Sì, mi piace molto il fatto di lavorare su un muro che ha già una sua presenza, un suo significato.

Mi viene in mente, a questo proposito, un tuo bellissimo lavoro realizzato a Napoli in vico Sant’Aniello a Caponapoli.
Sì, è un posto dove sono passato tante volte. Quando vivi in un posto, sviluppi un senso di familiarità: hai un vissuto, fai parte di Napoli, quindi puoi agirci sopra.

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Napoli è una città in cui hai lavorato molto, hai un rapporto speciale con lei?

Ci ho vissuto 5 anni, mi piace moltissimo. Ci sono tante rotture di cazzo che possono darti una carica emotiva e creativa, ma… sono davvero tante! È una città che ti mangia in un modo tale che ad un certo punto è più importante essere mangiato che mangiare. Ho riflettuto sulla qualità dell’esperienza. C’è un flusso che va verso questa cosa di farsi mangiare, bisogna un po’ proteggersi. Napoli è una città di grande umanità, rispetto ai parametri nordeuropei o americani. Ma è un’umanità impegnativa, è un confronto costante nel bene e nel male. Mi è capitato di andare a delle feste nel Nord Europa dove ti portavi da bere, questo a Napoli non succede.

madonnaA proposito di “feste”, tu non partecipi moltissimo ai “festival di street art”, giusto?

Mmm… ci ho partecipato, ma non me li vedo a cercare…

Pensi che si stia un po’ esagerando?

Ma no, mi sembra bello che la gente possa girare e condividere, però io lo faccio di più con la musica e per me è una cosa assolutamente positiva andare in un posto diverso e conoscere gente nuova.

Tu sei un artista totale: dipingi, suoni, filmi

Faccio tante cose perché sono fatto così: amo fare tante cose! Magari a livello logistico è difficile da organizzare (mi dice indicandomi i molti oggetti intorno a noi, ndr), ma mi ha sempre portato tanta energia questo modo di fare, anche se ci sono momenti di caos.

Da quanto tempo suoni?

Suono in due gruppi: con il primo, i Little Pony, abbiamo realizzato due album, mentre con l’altro, gli Interstellar Experience, siamo appena usciti con il primo album. A Napoli suonavo con i Cops&Robbers, con loro abbiamo anche girato un corto ambientato in città: The suit case, la storia surreale di una valigia! Ho messo molta energia nella musica e credo che questa cosa torni.

Grazie Ryan!

the suit case from ryan Dooley on Vimeo.

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