#INTERVISTA – Bol23 si racconta a Urban Lives (parte 2)

Bol23 ha deciso di raccontare la sua storia a Urban Lives: un percorso personale e artistico fatto di graffiti, collezionismo, collaborazioni, eventi (perlopiù romani), attività di riqualificazione e insegnamento.

Passiamo alle domande che ho deciso di porgli, dopo aver ascoltato e approfondito di persona parte della sua storia:

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  • C’è qualche artista, italiano o non, con cui sogni di collaborare da tanto ma non ne hai mai avuto l’occasione?

Ritengo molto importanti i sogni, intesi come desideri da realizzare, in quanto sono stimoli per migliorare la mia persona e ciò che mi circonda. Li ho sempre realizzati tutti, in tempi diversi naturalmente, e ne ho elaborati continuamente di nuovi ad ogni passo.

Quando ho iniziato a dipingere, ad esempio, sognavo di farlo con le persone che stimavo per le loro produzioni, ma ho capito subito che avrei dovuto sceglierli in base al loro carattere, ai loro modi di fare, e non alla loro fama, solo così potevo raggiungere la soddisfazione di quel bisogno. Oggi desidero collaborare con gli artisti che conosco personalmente e quelli che mancano alla mia lista sono veramente pochi perché gli altri li ho coinvolti nei miei progetti o abbiamo partecipato a lavori insieme. Il primo che mi viene in mente è SOLO, lo trovo molto simpatico e abbiamo interessi in comune quali i personaggi dei fumetti, spero che ci sarà occasione prima o poi.

  • Come mai hai scelto di chiamare Lallo il tuo pappagallo?

Lallo e Lalla fanno rima con pappagallo/la, sono diminutivi che suonano simpatici per una coppia di animaletti che ripetono nelle mie opere, da bravi pappagalli, le parole che dico, sento e vorrei sentire nei rapporti con gli altri.

Tra l’altro questo personaggio l’ho utilizzato per anni e con successo per risolvere un bisogno di comunicazione o di timidezza disegnandolo su carta. Quando nel ’95 ho iniziato a dipingere i treni a spray sono passato dall’elaborare le lettere al dipingere animali umanizzati. Me ne serviva uno che fosse basso e lungo, come il formato della lamiera sotto i finestrini. Il personaggio col nasone è quello che si adattava meglio, dunque i vari serpenti e camaleonti si trasformarono in pappagalli.

  • Raccontaci della tua passione per il collezionismo: come è nato, pezzo preferito, la cosa più pazza che hai fatto per ottenere un articolo da collezione

Colleziono opere di amici e vederle appese in casa mi ricorda i bei momenti passati insieme. Altra idea fissa è quella dei giocattoli giapponesi anni ’70-’80, soprattutto robot (Goldrake, Jeeg, Grande Mazinga, Mazinga Z ecc), ma anche Ultraman, l’Uomo Tigre, Capitan Harlock ed altri. Il mio pezzo preferito è il Goldrake di gomma della FabianPlastica perché è uno dei pochissimi che ho da circa 40 anni. Il giocattolo è lo strumento con cui le persone (di tutte le età) simulano la realtà. Con esso si esercitano per poi successivamente mettere in pratica la realizzazione dei propri desideri. Si impara da piccoli, ci si diverte senza correre i rischi di affrontare situazioni reali e a volte si prova piacere solo a ricordare quando si giocava da piccoli. Il principio che ispira la mia collezione è dunque il piacevole ricordo. Non faccio cose pazze per ottenere pezzi per la mia collezione, ma come tutti i collezionisti quando individuo un pezzo che mi interessa “ho la febbre”, mi attivo, a volte per anni interi, a volte sacrificando altre cose, per trovarlo nelle migliori condizioni, al miglior prezzo e più rapidamente possibile. Avere più di 1000 pezzi (escludendo circa 10.000 adesivi mai attaccati dal ’70 ad oggi) crea qualche problema di spazio ai nuovi arrivati, ma fa parte del gioco del collezionare il crearne di nuovo spostando gli altri o semplicemente organizzandoli meglio nell’esposizione di 30 metri quadri (l’intera mia casa).

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  • Cosa ne pensi della direzione che sta prendendo l’arte urbana in Italia in questi ultimi anni? C’è qualcosa che non ti va giù?

Dal ’90, anno in cui ho iniziato a dipingere pubblicamente, mi pare che le persone e dunque l’arte prodotta nelle città e nei paesi di provincia, non sia cambiata molto. Sono cambiati i vestiti che indossavamo (vi ricordate i piumini e le scarpe di quegli anni ?!) Beh io avevo il chiodo con le frange e sentivo musica metal), sono cambiati i mezzi con cui promuovevamo le nostre opere (allora c’erano le fanzine autoprodotte illegalmente, gli album raccoglitori o book pieni di foto che le persone portavano con se alle jam, oggi ci sono i social network e il mio profilo lo trovi su https://www.facebook.com/bol23), gli spray si sono leggermente evoluti insieme a nuovi accessori tecnici e nuove forme di controllo (oggi puoi comprare tappini-erogatori per spray che fanno qualsiasi tipo di tratto e non puoi mangiare pollo fritto mentre dipingi la metro per il Lido di Ostia di notte), ma alla fine la trasversalità sociale dell’arte di strada non è mutata affatto. Chiunque fornito di strumenti atti a dipingere può ancora prenderli e usarli per strada. Suo è il rischio se lo fa illegalmente, come suo è il riconoscimento da parte della comunità dei writers a cui appartiene. D’altra parte c’è un riconoscimento sociale più ampio per chi lo fa nei luoghi e tempi deputati dalla collettività (con tutto ciò che ne consegue in termini di benefici e responsabilità).

  • Cosa ne pensi della direzione che sta prendendo l’arte urbana in Italia in questi ultimi anni? C’è qualcosa che non ti va giù? 

Non so che direzione stia prendendo l’“arte urbana” perché non ho mai usato questo termine ed in quanto, nel mondo 2.0, non vedo più confini legati al vecchio concetto ideologico di territorio. La “street art” comprende anche i clown/giocolieri ai semafori dunque è un po’ troppo generico. Io uso i termini “graffiti” (anche se il termine esatto è “writing” ed è la pittura composta da lettere e pupazzi, fatto fondamentalmente usando le bombolette spray), “murales” (pittura murale realizzata da singoli o gruppi, fatta usando principalmente il pennello), “posters” (immagini su carta applicate con colla da parati), “stencil” (quelle che negli anni ’90 chiamavamo “mascherine” che sono dei fogli ritagliati da appoggiare a dei supporti ed usare applicando lo spray), “stickers” (fogli adesivi), “DIY e custom toys” (Do It Yourself, piccole sculture di solito in plastica bianca semi-morbida o resina che vengono personalizzate da vari artisti che si confrontano sullo stesso design creato da un primo artista), il resto non mi interessa particolarmente, anche se a volte riesco ad apprezzarlo.

  • Parlaci della scena romana di adesso, sul fronte graffiti: pensi ci siano giovani e realtà promettenti?

I nuovi graffiti che vedo non mi entusiasmano, sarà che io preferisco fare altre cose e ne ho visti così tanti che ormai è difficile stupirmi o pensare che fare graffiti oggi significhi promettermi un futuro diverso. Quando ho iniziato a farli, a venti anni, avevo degli scopi: divertirmi con gli amici/fratelli della 23 Recordz-TMH-PDB (le mie crew), il riconoscimento del valore sociale dell’ arte pittorica in strada, il suo inserimento nella storia dell’arte al pari delle altre correnti artistiche e tutto ciò che ne consegue. Ho fatto le mie battaglie insieme ad una marea di persone, abbiamo rischiato, pagato caro, ma oggi ne siamo gli innegabili vincitori. Abbiamo vinto, una volta tanto. Ora è meglio lasciare spazio a chi ne godrà, a chi rinnoverà le nostre strade con opere multicolori, alle nuove generazioni, e ricominciare con una nuova battaglia. Non mi piace sedermi sugli allori e per merito ho il lavoro che voglio fare, dunque posso dedicarmi più a trasmettere le motivazioni che hanno generato in me la voglia di cambiare le cose alle persone che coinvolgo nei miei nuovi progetti, che a creare nuove opere.
Ultimamente abbiamo preso di petto la scultura con i “toys diy”. Il gioco consiste nel partire da una scultura dai tratti semplici ma caratterizzanti, magari piccola, possibilmente bianca o di un colore neutro (una tela tridimensionale in due parole), moltiplicarla in tante copie uguali, distribuirla ad artisti molto diversi tra loro e vedere cosa succede (vedi ad esempio http://www.bol23.com/squiddy/index.php?gal=5).
I risultati del processo sono a volte stupefacenti, non solo per la varietà delle opere prodotte, non solo per gli approcci alla trasformazione adottati dagli artisti, ma perché il processo stesso pone gli artisti partecipanti su una linea orizzontale creata dal design iniziale.
Artisti famosi, capaci e attrezzati si ritrovano sulla stessa linea di partenza di un’ipotetica corsa ad ostacoli insieme a persone incompetenti.
La prospettiva mi è sempre piaciuta ed è quella che viene più ostacolata dall’arte cosiddetta ufficiale/commerciale in quanto un artista che vale vende meglio, quindi mai farlo lavorare con uno sconosciuto, non sia mai che si deprezzi! A me questo orizzonte ricorda anche la città e le sue costruzioni “modulari” (gli armadi delle centraline telefoniche ad esempio o le paline dei parcometri) usate come supporto per le opere pittoriche illegali: chiunque può farlo, ma solo alcuni se la cavano dai rischi pur facendo un bel lavoro. A volte sono proprio quelli che non ti saresti aspettato a stupirti… e a me piace ancora stupirmi. Se volete giocare con me, vi aspetto sulla linea di partenza, percorreremo il nostro futuro e vi assicuro che non ci saranno “primi arrivati”, ma solo compagni affiatati che ci corrono accanto.

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