#INTERVISTA – Gio Pistone per la mostra “Endless”, Milano

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Quando dipingere su muro diventa gesto ancestrale. Intervista @ Gio Pistone, by Alessandra Ioalé

Questa intervista nasce in occasione della visita allo studio di Gio Pistone, in un area un po’ fuori dal gran trambusto del centro di Roma, ma propizia perché le idee degli artisti si infuochino e spandano fino a toccare il cielo per ricadere giù in opere d’arte da ammirare. Un piccolo studio dove però, curiosando tra le opere finite e ancora da finire, ho visto prendere forma la grande immaginazione dell’artista, in quei giorni intenta a preparare la sua prima personale milanese “Endless” a Studio D’Ars.

A: Raccontaci un po’ di te, della tua formazione artistica, ma anche dei desideri, paure, e visioni che hai avuto di te stessa da grande. 

G.P.: Ho scelto il disegno come mio secondo linguaggio fin da piccola praticandolo senza sosta e limiti. All’età di 7 anni (non per scelta) ho frequentato una bottega di calcografia al Ghetto di Roma con cui collaborava mio padre e qui imparai, a modo mio, alcune tecniche di incisione quali puntasecca, acquaforte e linoleum e incontrai personaggi che solo più avanti avrei apprezzato personalmente come il grande Pino Zac ed il bulinista francese Jean-Pierre Velly.

Verso i 15 anni mi sono avvicinata ai Centri Sociali, che nascevano e trovavano forza in quegli anni, ed alla cultura underground; ho preso parte alla scena hard-core-punk di Roma ed alle prime forme di TAZ e feste illegali nel ’94 in fabbriche dismesse. Per questo nacque in me la passione per i luoghi abbandonati e il divertimento di visitarli, disegnarli e fotografarli. Parallelamente alla sporadica frequentazione della Facoltà di Psicologia, mi appassionavo al teatro ed al lavoro come scenografa e alle installazioni. Dal principio non mi riconoscevo in una sola Arte, anche se il disegno mi accompagnava inesorabile nel tempo, cercavo di lavorare su più livelli percettivi, trovando nel teatro contemporaneo la perfetta unione tra musica, pittura, scrittura, video e murales. Ho fondato nel 1995 con l’amico Marco Colabucci “la Sindrome del Topo” (propagatori del sogno lucido) con cui lavoravo ad installazioni mobili dalle forme  animali cominciando a viaggiare attraverso Francia, Italia, Spagna, Olanda, Germania, Bosnia j Erzegovina, dove a Mostar negli anni dopo la guerra partecipai all’Interculturalni Festival costruendo un Labirinto Mutante in un palazzo bombardato Abrasevic Mladima.

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 A: Com’è cominciata la tua avventura nell’arte urbana?

G.P.: Nel ’98 tornai stabile a Roma e mi avvicinai per la prima volta alla street-art grazie alla quale riuscii ad instaurare un dialogo diverso con la mia città e con i primi timidi interventi di altri artisti. La sensazione era di parlare in modo molto più diretto con gli altri non facendo sapere chi fossi. Non ho mai firmato niente. Ho cominciato attaccando fotocopie sul muro, immaginando percorsi, credendo che qualcuno seguisse la pista, chissà forse qualcuno l’ha fatto. E’ durato poco ma ripresi più avanti con i disegni veri propri a pennello verso il 2000.

A: Come hai vissuto l’azione di dipingere su muro, che cosa ha significato per te? Non solo dal punto di vista della concezione dell’opera d’arte, ma anche del gesto espressivo.

G.P.: Dipingo sui muri sin da quando ero piccola, figlia unica di genitori giovanissimi e sessantottini, ero lasciata libera di agire e quindi scrivevo a ruota libera su tutte le pareti di casa. Quando l’ho fatto di nuovo su un muro della città o di una fabbrica abbandonata, proprio la prima volta mi è tornata in mente quella sensazione di estrema libertà.  Fare grandi segni su una superficie superiore ad un foglio di carta, ma soprattutto all’aria aperta, essendo un gesto ancestrale, mi tornava in mente tutto, i momenti di divertimento, il segno espressivo dell’uomo primitivo, la magnificenza delle quinte di teatro. Dunque un mix che mi ha fatto sognare di rifarlo molte altre volte fino a che diventasse una mania.

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02_AcquedottiRoma A: Questo come ha inciso sullo sviluppo della tua ricerca artistica sia dal punto di vista estetico sia da quello intrinseco, del messaggio, del contenuto espresso?

G.P.: Ci stavo pensando ultimamente. La mia espressività è cambiata lavorando sui muri cittadini. Il lavoro in strada, per come la vedo io, deve risultare più semplice, più veloce, ed io mi sono semplificata di conseguenza. Uso forme sempre poco lavorate con colori molto contrastanti che richiamano a qualcosa, ma in realtà accennano non definiscono troppo perché passeggiando vedere un qualcosa di finito e troppo riconoscibile fa avere la reazione di compiacersi dell’opera, ma non stimolare la fantasia. Invece, credo che davanti ai miei disegni spesso ci si chieda dopo aver girato l’angolo…”ma cosa ho visto???”. Spesso sono macchie di colore che si formano, volti ma possono sembrare anche altro.

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A.: Cosa ti ha influenzata? O da cosa hai tratto e stai traendo ispirazione?

G.P.: Ho sempre avuto fame di ogni cosa, la curiosità verso tutte le direzioni. Non saprei da dove ho preso l’ispirazione perché disegnare è una cosa che faccio da sempre quindi non saprei, direi di più che tutto ciò che vedo lo digerisco in questo modo. Quindi non è una sola cosa è un’insieme di tutto ciò che mi piace. Ora sono un mix di Cortazàr, l’astronomia ed il Theremin e Bas Jan Ader, un arista olandese veramente incredibile. Cose apparentemente differenti ma che hanno mooolto da spartire!

A: Quali sono stati i tuoi punti di riferimento degli inizi, e quali sono quelli di adesso? Sono cambiati?

G.P.: Sicuramente Munari, i bestiari medievali, Mirò, le fiabe popolari basate sul terrore dei bambini. Ora sono gli stessi ma cresciuti, cresciutissimi, quasi deformati, spappolati. Mi terrorizza pensare a dove arriveranno! Spesso mi impongo di non pensare. Stop, vuoto, e come quando ero piccola mi rendo conto che non è possibile, perché il cervello è vivo e continua a pulsare emozioni. La sensazione di interrompere il pensiero accresce gli altri sensi. Se cerchi di avere la testa vuota, nelle orecchie la voce diventa enorme con gli occhi chiusi. Ho voluto sentire l’atto del corpo che ha fame ed i colori che percepisco ad occhi chiusi. Non so ultimamente penso a questo quasi stessi facendo esperimenti sulla percezione, ragiono sulle parti del corpo in relazione al cervello.

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A: Hai una peculiare visione del mondo e di ciò che ci circonda, molto surreale ma altrettanto concreta legata alla reale esistenza o condizione umana. Ti interessa la caratterizzazione dell’essere umano, dal punto di vista delle sue emozioni, passioni quanto le sue debolezze, le incertezze e le sue paure… Una dualità che trova soluzione nella rappresentazione di personaggi nati dalla tua fantasia che sembrano portare in sé il peso del mondo. Ce ne vuoi parlare?

G.P.: Sono mostri che sognavo da bambina e che mia madre, giovane studentessa di psicologia, poiché mi svegliavo spaventata e piangente, mi incitò a disegnare, a dare un volto alle mie paure. Questo gioco terapeutico fu oltre che miracoloso, perché smisi di aver paura, anche incredibile perché a livello creativo mi aprì le porte di questo mondo. A 5 anni presi a disegnare mostri della mia fantasia ed è incredibile che dopo tutti questi anni io faccia ancora questo. Che monotonia dirai, ed invece no perché questo è un vero e proprio mondo e la fantasia non ha confini. (cit. la storia infinita)

Non considero i miei esseri principalmente “diversi”, perché non credo che non esistano esseri non diversi nel mondo, nessuno è uguale all’altro e la parola “mostro” io non la uso nel senso di alieno o brutto, perché diverso, piuttosto nell’accezione di “incredibilmente  abile a fare qualcosa” e unico nel suo genere, come ognuno di noi. I miei esseri dunque sono unici sicuramente ed incredibilmente forti o alti o capelluti e così via… vederli in giro per la città mi fa una grande tenerezza, perché non appena disegnati vivono di vita propria ed il mio sguardo diventa quello che si ha nei confronti di un amico a cui si vuole molto bene. Questa familiarità mi spinge poi a dargli dei nomi, anch’essi di fantasia, inventati da me e questo è l’ultima cosa che faccio per loro prima di liberarli nel mondo. Perché avere un nome è importante.

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A: Come altri pochi artisti che lavorano nel tessuto urbano, a cui mi sto appassionando, sperimenti da tempo la terza dimensione scultorea e installativa, come abbiamo visto anche nell’ultima collettiva alla Temple University di Roma. Che cosa ti ha spinto a questa esplorazione? E che significato ha per te?

G.P.: Come ho scritto anche prima venendo dal teatro amo mischiare tutto ciò che mi piace a livello percettivo, dunque le altre dimensioni lo spazio, la luce, il suono. Vorrei creare luoghi che non esistono, esperienze che non avranno luogo se non in quel momento e lasciare un ricordo a più livelli, se fossi un genio come John Waters userei anche gli odori!

Alla Temple l’azione principale era stimolare la competizione insita nel’uomo, in questo caso a scacchi, gioco inteso come simulazione di un istinto reale e praticato inconsciamente per imparare a ragionare, a competere e misurarsi… una vera esperienza simulata. Poiché in questo caso si ragionava sul potere, ho parlato di scacchi. Oltre ai ragionamenti sul perché ho fatto quel tipo di lavoro, è importante per me il fatto che sapendo giocare a quel tipo di gioco quella poteva essere veramente una partita indimenticabile. Ti immergevi in un suono del tutto contemplativo di un prato estivo sotto un cielo in cui le stelle formavano naturalmente costellazioni. Se avessi potuto avrei aggiunto un prato perché si potesse stare scalzi.

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A.: Dopo la tua personale all’Associazione Mirada di Ravenna nel 2014, “Is animas”, la tua prossima personale sarà quella a Milano da Studio D’Ars, “Endless”, per il progetto Parentesi Aperte. Che cosa vedremo di differente dalla precedente e a quale concetto o idea ruoterà attorno?

G.P.: Ciò che penso spesso sono evoluzioni di un pensiero anche molto vecchio, ma che rimane sempre dentro di me e trova struttura quando incontra e vede legami e collegamenti con elementi nuovi. La mia ultima personale a Ravenna si aggirava attorno al concetto di Paura che era, se così si può dire, il pensiero in nuce di quello che ho sviluppato poi in Endless, che si aggira attorno al concetto dei sentimenti che gli “individui” cosiddetti provano.

 

10_ALLIBITO_80x110_tecnica mista su tavola 2015Cerco di immaginare che questo involucro a cui tanto teniamo, la nostra personalità, il nostro proprio intimo non esista se non in relazione ad altri mondi brulicanti di altrettanti esseri con una presunta propria personalità, che vivono una vita meravigliosa e non immaginano di essere all’interno di un sistema. Se in questo gioco di mondi, in cui vediamo non oltre il nostro naso, si pensasse di essere noi stessi parte di qualcosa di più grande ed allo stesso tempo essere composti da altro ancora, tutto questo senso di “Persona” svanisce, o meglio si affievolisce e si culla in un guazzabuglio di mondi inesplorati.

“Is Animas” era lo stesso concetto ma legato soltanto alle paure, ed aveva una parte legata molto all’antropologia. Avevo raccolto una serie di Anime/Spiriti, per di più maligni e dispettosi, da tutte le parti del mondo e avevo visto che le paure spesso sono legate a circostanze ambientali e culturali, ma si assomigliano molto nell’essenza anche dalla montagna più alta al centro dell’Africa. Anche qui i disegni non erano solo la rappresentazione del mostro, ma la forma del corpo si legava alla sensazione che quella determinata paura provocava dentro di noi, per questo motivo alcune tavole saranno presenti anche in Endless perché trovo che sia un continuum con il mio discorso passato che non aveva ancora trovato un punto.

Maggiori informzioni:

www.giopistone.it

Parentesi Aperte: http://rdv-alessandraioale.com/parentesi-aperte-2/ | FB: Parentesi Aperte

giopistonemostra

 

 

 

Informazioni sulla mostra:

Parentesi Aperte: Giò Pistone “Endless”
A cura di Alessandra Ioalé

Studio D’Ars
Via Sant’Agnese 12/8 Milano
Dall’1 al 28 Aprile 2015

 

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