#INTERVISTA – Mattia Lullini

  • La musica ha un ruolo importantissimo nella tua vita personale e artistica, in particolare la psichedelia ambient: hai sempre ascoltato questo genere? O ci sei arrivato dopo averne esplorati altri? Gruppi preferiti?

Ah! Immagino tu ti stia riferendo a Colorful Mountain! Quella è la musica che suono più che l’unica musica che ascolto. Di quel che suono e definirei psichedelia ambient adoro l’essenza meditativa e la libertà che l’improvvisazione consente di avere nel suonare. Questo è qualcosa che mi influenza da ancora prima che iniziassi il mio percorso artistico e l’idea di ricreare qualcosa di analogo a questa sensazione, alla sua universalità e libertà compositiva credo poi sia stato uno dei fondamenti alla base di ciò che disegno.

Di musica d’altronde ne ho sempre ascoltata tantissima e tanto varia, quasi sempre frange particolari e bizzarre quanto differenti tra loro. Di certo la nuova musica noise americana degli anni 2000 mi ha lasciato segni fortissimi come cultura, tanto che ho passato grande parte di quegli anni proprio a organizzare concerti e suonare quella musica. Questa stessa cultura musicale poi è stata il tramite che mi ha portato al disegno!

Di gruppi preferiti ne ho avuti tanti e faccio davvero fatica a fartene una classifica assoluta. Di sicuro in questo momento sto ascoltando un sacco Expo ’70, Creation Rebel, Pärson Sound, Duppy Gun Productions, Osanna, Soft Machine, John Carpenter, Neokarma Jooklo Experience e Witch.

 

  • Quando dipingi ascolti sempre musica? E a cosa pensi?

Quando dipingo ascolto quasi sempre musica, ho scoperto nel tempo che quando non ascolto musica è spesso in momenti di crisi creativa o quantomeno che i momenti di crisi sono spesso accompagnati dall’incapacità di trovare la musica giusta.

A cosa pensi mentre sto disegnando e ascoltando musica è una domanda a cui è difficile rispondere! Spesso dipingere mi porta dentro ad un tunnel di pensieri di difficile svolgimento lineare, è un po’ come sognare in un certo senso, i pensieri si allacciano per analogie apparentemente incongrue e quasi automaticamente stringendo verso una sensazione che è spesso la mia lettura a posteriori di ciò che ho dipinto. Il titolo dei miei lavori porta quasi sempre tracce di questi pensieri.

Specialmente per i muri poi mi ritrovo molto spesso in stati mentali incredibilmente intensi, i pensieri si fanno così forti da quasi sovrastarmi e mi ritrovo spesso in stati di estrema emozione o paura o gioia.

 

  • Quali artisti attuali e passati consideri tuoi punti di riferimento?

Alexander Calder, Niki De Saint Phalle e Vassily Kandinsky tra gli artisti del passato sono di certo tra i miei punti di riferimento più forti. Calder in particolare ha avuto e ha tuttora un’influenza tutta particolare sul mio lavoro, sia spingendomi verso certi aspetti dell’astrazione, verso i colori brillanti e la matericità della scultura, sia avendomi fatto ragionare tantissimo sul senso della mia produzione murale e la sua iterazione con gli spazi pubblici.

Tra i contemporanei invece i cosiddetti Beautiful Losers e in particolare artisti come Ed Templeton, Chris Johanson, Geoff McFetridge, Barry McGee e Margaret Kilgallen sono di sicuro e in tanti aspetti una parte molto forte del mio immaginario.

  • Da cosa deriva questo tuo interesse per il subconscio e per il (meta) sogno? Ci sono state letture o film che ti hanno condizionato o ispirato?

Onestamente non riesco a trovare una vera fonte esterna per questa passione. Credo sia un’idea nata assieme ai miei primi disegni anni fa, qualcosa che mi sono ritrovato a fare prima che a ricercare. I miei lavori per lungo tempo sono stati estremamente decorati e il tempo e la macchinosità di quel disegnare certamente amplificavano ancora di più quella specie di sogno ad occhi aperti che è il tempo che passo a dipingere. Nel tempo credo di aver realizzato quanto il subconscio e il sogno, che inizialmente consideravo solo come risultati del processo creativo, fossero invece parte fondante del mio lavoro.

Più che lavori che mi hanno ispirato quindi riesco più facilmente a indicarti alcuni libri e film che ora considero incredibili in questo senso. Tra i libri i primi tre quarti di “Starbook” di Ben Okri, “The Colour Out of Space” di H.P. Lovecraft e “Rendezvous with Rama” di Arthur C. Clarke sono incredibili mentre per i film di certo consiglierei il leggendario “Le Planete Sauvage” di René Laloux, “The Woods” di Matthew Lessner e “Quatro Sueños Pequeños” di Thomas Campbell.

  • Nei tuoi lavori spesso rappresenti animali, o meglio creature selvagge e simboliche: che rapporto hai nella vita quotidiana con gli animali?

Adoro gli animali! Però, eccetto un pesce rosso di nome Fisk che ha vissuto con me fino ad un anno fa, non ne ho praticamente mai avuti di domestici. Il fatto è che la mia passione vera sono gli animali nella natura e la foresta, che è anche una delle ragioni che mi hanno portato così lontano dalla pianura Padana in cui sono cresciuto.

Gli animali d’altro canto li considero una pietra di paragone incredibile per l’uomo, se ne distaccano per la diversa coscienza della vita in aspetti che trovo estremamente didattici da osservare. Il confronto credo faccia tanto spesso capire quanto spesso la ragione devi dalla spontaneità e quanto la nostra tanto lodata intelligenza ci renda creature tanto spesso infelici e impaurite. Il senso di pace che scaturisce da questa consapevolezza è precisamente ciò che gli animali e gli esseri dei miei disegni cercano di comunicare, una specie di saggezza intrinseca alla natura stessa che ci ha generati e che gli animali rappresentano così bene come simbolo.

 

  • Sei religioso?

Credo di sì, ma certamente non di una qualche chiesa! Tecnicamente potrei definirmi panteista e per averne una riconferma puoi ripensare a ciò che ho appena detto su Natura e animali, eh eh!

 

  • In un’intervista hai affermato di esserti trasferito in Svezia poiché “per l’arte ci sono di certo fondi e potenzialità economiche maggiori e forse più coraggio nella direzione del nuovo”. Cosa ti manca della tua città natale, Bologna?

Mi manca la sensazione di essere a casa. Ho vissuto a Bologna quasi tutta la mia vita e la familiarità che ho con quella città non è qualcosa di facilmente raggiungibile in altri posti. D’altronde poi lo spaesamento e la fatica che comporta ricominciare da zero in una nuova città e paese è uno degli innumerevoli aspetti che tanto spesso vengono tralasciati quando ci si immagina la vita all’estero.

 

  • Cosa ti ha lasciato emozionalmente e artisticamente il tuo viaggio e lavoro in India?

L’India è stato qualcosa di estremamente importante nei miei scorsi tre anni. É per me un percorso che è iniziato per una coincidenza ed è naturalmente diventato un rapporto quasi costante, che mi ha permesso di lavorare in diversi progetti e città indiane nonché di vivere a New Delhi per quasi 3 mesi.

Quello che mi ha lasciato più di tutto credo sia il privilegio di aver vissuto e lavorato in un paese così lontano dal nostro concetto di vita da farti perdere ogni punto di riferimento. Aver potuto vedere, così nel bene come nel male, cose e persone che non avrei mai potuto immaginare. Senza assolutamente dimenticare alcuni dei muri più selvaggiamente incredibili della mia vita!

 

  • Come è stata la tua adolescenza? Qualcosa o qualcuno ha alimentato la tua creatività?

La mia adolescenza è stata bella strana, sono cresciuto in un piccolo paese e nella figura di quello costantemente diverso e non visto granché bene. Durante la scuola ero già patito per musica strana a sufficienza da non piacere a nessun compagno, ero quello vestito sbagliato e che si vedeva con questo piccolo gruppo di altri reietti patiti per Sonic Youth e libri bizzarri. Il resto del tempo era preso dallo skateboard e poi pure dallo snowboard, che ti assicuro non erano ai tempi cose viste bene o apprezzate come adesso. In queste due cose vedo anche ora l’origine del mio percorso: certa musica, lo skateboard e tutta la cultura ad essi connessa sono ancora parti costituenti di ciò che sono e disegno.

 

  • Quale direzioni speri prenda l’arte urbana in Italia? Cosa pensi possa scuotere seriamente il paese, artisticamente parlando?

Spero più che altro che continui ad essere capace di produrre ancora artisti ed organizzatori  incredibili come ha fatto negli scorsi dieci anni, le direzioni sono nelle mani di tutti quanti e non credo ce ne sia forzatamente una giusta.

Se si volesse poi il paese si scuoterebbe artisticamente anche solo rendendosi conto di che artisti incredibili ha prodotto. L’Italia è in un periodo secondo me estremamente ricco e negli scorsi anni ha davvero creato persone e realtà uniche. Anche solo accorgersi di cosa c’è già sarebbe una bella scossa!

 

Per approfondimenti: SITO UFFICIALE di Mattia Lullini

Photo credits: Giulia Mazza

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