L’abandoned art di Nar a Roma: 2 settimane 3 installazioni

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La scoperta di Nar e delle sue opere ad Atene

Ci sono viaggi che più di altri segnano il proprio cammino, luoghi che ti sorprendono, comunità che ti accolgono a braccia aperte. Questo è esattamente quello che mi è successo ad Atene a settembre. Una meta scelta guidata dall’istinto ma che ha spalancato le porte verso una delle migliori scene di arte di strada mai approfondite finora. Ed è proprio ad Atene che ho avuto il piacere di conoscere, o diciamo pure di imbattermi, nell’artista Iakovos Volkov (NAR). Seppur nel tempo di soli tre intensi giorni ho scoperto e apprezzato la sua “abandoned art” in una ex fabbrica nella periferia della città e conversato con lui di tutto, dalla sua visione dell’arte di strada e, più in generale, dell’arte contemporanea, al suo passato da writer, fino al suo percorso artistico e di vita. Nar si è rivelato essere un’ottima guida (è grazie a lui che ho conosciuto la “vera Atene” e la vera scena locale), un grande artista e un buon amico. E, per tutti questi motivi, prima di lasciare la Grecia, gli ho proposto di trascorrere un periodo in Italia, curato da Urban Lives.

Le parole sono importanti: dai graffiti in strada alle fabbriche

Con Iakovos Volkov, artista di origine russa trapiantato a Thessaloniki (lo so, si dice Salonicco in italiano ma non riesco a non chiamarla col nome originale) e poi ad Atene, le parole, più che importanti, si sono sempre rivelate fondamentali. Iakovos, o Jakob come lo chiamo io, è una persona sensibile, gentile, complessa e brillante e non mi stupisce che ad Atene sia circondato di tanti amici e di un ambiente tanto stimolante. Ma è anche una di quelle persone riflessive, nel senso migliore del termine, che dosa bene le parole e che una volta entrato in connessione con gli altri si lascia andare a un fiume di discorsi, di idee, di considerazioni. Tra me e lui la connessione è avvenuta quasi subito, complice appunto anche l’importanza che diamo entrambi alle parole. Perfino il suo sarcasmo e la sua ironia pungente, forse per qualcuno meno accessibile che per altri, fa di lui una persona tanto interessante e divertente quanto sopra le righe.

Ma l’oculata scelta di parole non riveste un ruolo fondamentale solo nelle sue conversazioni e nel suo modo di scherzare, di confrontarsi e di relazionarsi ma anche nell’espressione e nella rappresentazione del suo estro creativo. Durante le nostre lunghe e piacevoli chiacchierate ho infatti appurato che le parole, così come intere frasi e concetti, sono state il leitmotiv del suo percorso artistico.

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La sua viscerale esigenza di comunicare è stata sempre una costante, fin da quando con la sua crew, seminava tag in giro per le città. Nella sua vita da writer le parole scritte sui muri, spesso a caratteri cubitali, non erano però solo una ripetizione del suo nome ma concetti, a volte provocatori, a volte con riferimenti erotici, sempre sorprendenti e spiazzanti. Alcune delle sue scritte ancora troneggiano sulle pareti di strade ed edifici di alcune città greche, alcune sono state censurate, altre sono state cancellate, una ha addirittura ispirato il nome di un ristorante, ma sono certa che tutte hanno lasciato il segno nella vita quotidiana dei passanti. Dal periodo più “selvaggio” da graffiti writer hardcore, con tanto di scritte con l’asta dai tetti, è passato poi a un periodo di incursioni in strada più focalizzate sul concept artistico e maggiormente inserite nel contesto architettonico urbano. Ne sono un esempio due cabinotti del telefono interamente ricoperte da messaggi estrapolati da conversazioni virtuali e reali

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Non mi perderò in aneddoti e storie personali che si celano dietro queste scritte ma posso raccontarvi, anche perché in greco, che sono frasi cariche di emozioni, piccoli tasselli di una quotidianità che diviene di dominio pubblico, invitando l’osservatore a una riflessione, a porsi delle domande. E qui passiamo all’altro elemento costante dell’arte di Nar ovvero, come già detto, la meraviglia. La sua sperimentazione lo ha poi condotto dalla strada a situazioni più raccolte, quali mostre personali e collettive presso musei e gallerie d’arte. Sul supporto della tela le lettere e le parole, sempre oculatamente scelte, sono diventate tridimensionali, risultato di un paziente accostamento di materiali, quali chiodi, bombolette spray o minuscoli oggetti. Dall’esposizione della sua arte “per pochi” il passo successivo e più recente, nonché quello che ha avuto modo di approfondire anche in Italia insieme a me, è stato quello di approdare infine a una dimensione solitaria, ovvero quella dei luoghi abbandonati.

Come già scritto “la sua “abandoned art”, realizzata in situ e site specific, ha come base proprio il riutilizzo di materiali poveri, spesso recuperati in strada dopo essere stati gettati. Il suo è un riciclo creativo e simbolico che vuole sensibilizzare il fruitore verso queste tematiche. Un’arte che ridà vita, opere e installazioni dalla forte potenza comunicativa; con gli oggetti trovati vengono infatti realizzate scritte, a volte politiche, divertenti o erotiche, e i suoi lavori includono l’utilizzo di pittura e spray e di altri materiali quali chiodi, bottoni, fili”.
E sono davvero felice che un po’ della sua arte e della sua creatività sia stata “abbandonata” anche nella mia città.

Nar, idee, creatività e spirito di osservazione

Una delle cose che mi ha colpito di più di Nar è la sua profonda empatia, tanto con le persone che lo circondano quanto con i luoghi. Difficile dimenticare le sue vulcaniche idee nate da situazioni quotidiane, quali ad esempio la sua ricerca della lettera “R” sui vecchi portoni della strade di Roma. Per Iakovos un viaggio o un percorso deve sempre avere il sapore della scoperta, dell’avventura, una connessione con un mondo parallelo fatto di pensieri, progetti e, in una parola sola, arte. E proprio con questo spirito è nato per caso il suo “triangolo di Nar”, 3 lettere scovate nel tessuto urbano di 3 città diverse che sulla mappa vanno a formare un triangolo. Un altro momento significativo del suo personale modo di osservare il mondo è stata la nostra visita alla fontana di Trevi.

Mentre io lo invitavo a osservare la fontana da vicino, seppur un po’ infastidita come lui dalla folla di turisti tutti intenti (o meglio, inebetiti) a scattar foto e leccare gelati, il suo sguardo si è posato su “questa piccola chiesetta nascosta e un po’ malconcia che nessuno nota, a pochi metri dalla fontana”. Senza contare poi il suo sguardo che scruta, in ogni angolo della città, oggetti, materiali e perfino vetrine; tutto è una potenziale fonte di ispirazione. Non scorderò mai, ad esempio, quando in una strada del centro ci siamo avvicinati a un negozio e ci siamo messi a frugare tra le decorazioni natalizie per capire come fossero state fissate al muro, sotto gli sguardi incuriositi dei passanti. Ci mancava poco che non staccassimo un pezzo per portarcelo a casa! Nar, come pochi altri artisti, mi ha mostrato aspetti nuovi della città, un nuovo modo di guardare intorno, di catturare idee, di andare alla ricerca di quel piccolo dettaglio che ha il suo fascino ma che nessuno nota. E di dare un peso importantissimo alle parole, sempre.

3 fabbriche, 3 installazioni, tante storie

Quando Iakovos è arrivato a Roma avevo ben in testa un itinerario che includeva fabbriche abbandonate e luoghi culturali dal fascino un po’ decadente o ricchi di storia, che potessero accogliere le sue installazioni. Altrettanto ricchi di storia erano i materiali che aveva a disposizione, tra cui abiti e vestiti di poveri, coperte di rifugiati portati da Atene, quasi a voler creare un ponte virtuale tra i due paesi, e infine ho dato un contributo anche io con alcuni miei vecchi vestiti, carichi di ricordi che non ho esitato a condividere con lui. Ma quello che si cela dietro a ogni singola installazione dell’artista è un lavoro ricercato e molto più complesso di quello che possa sembrare osservando il risultato finale. I materiali utilizzati, nel caso delle tre installazioni romane vestiti e chiodi, vengono selezionati dopo una scrupolosa visita del luogo scelto. L’artista si lascia ispirare, sempre, dall’ambiente circostante, dalla storia al quartiere, dalla luce alle caratteristiche degli elementi presenti, siano essi pareti, oggetti o elementi naturali.

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A volte la realizzazione di un’opera può richiedere diversi giorni e un tempo, imprevedibile, di riflessione sul messaggio e sulla parola scelta, sulle soluzioni pratiche da adottare e ovviamente sulle cromaticità degli oggetti che si sceglie di impiegare. Sono stata davvero felice di essere testimone di ben tre dei suoi processi creativi e di aver contribuito, anche se in minima parte, con qualche idea, con qualche storia e soprattutto con la scelta dei posti, accuratamente fatta prima del suo arrivo in Italia. Nell’arco delle due settimane, però, non sono mancati anche degli imprevisti. Ad esempio al Museo MAAM, di cui ho avuto già il piacere di parlarvi, dopo un accordo iniziale con il curatore Giorgio De Finis e con una rappresentanza degli abitanti, l’installazione prevista non è andata in porto a causa di problemi pratici interni. Colgo comunque l’occasione per ringraziare tutti, in particolare Michela, Giorgio e Carlo, per la straordinaria ospitalità e disponibilità, è stato bello entrare come non mai in connessione con quel luogo davvero straordinario. Gli altri imprevisti con cui abbiamo dovuto fare i conti sono stati la pioggia, per fortuna durata appena un giorno e mezzo, e in una delle ultime giornate la presenza di persone in fabbriche abbandonate, che ci ha costretti a lasciare il posto per farvi ritorno l’indomani.

Per la prima delle tre opere realizzate ho portato Iakovos nella fabbrica in cui ero stata poco tempo prima con Vegan Flava e Ken Plotbot e prima ancora, ad agosto, col viennese Skirl. I due artisti sono stati così gentili da prestare molta attenzione a non pubblicare foto che potessero rendere evidente, attraverso qualche indizio, la locazione del posto, il che sarebbe stato un rischio per me ma soprattutto per l’allora atteso artista greco Nar.
Tornare in quel luogo così suggestivo e allo stesso tempo avventuroso aveva comunque il suo fascino e dopo tante incursioni iniziavo davvero a sentirlo mio (vi avrei poi successivamente fatto un’ultima volta ritorno di nuovo in compagnia di Skirl e del suo amico Ruin, miei ospiti in un’altra trasferta). Nonostante una luce non proprio favorevole Nar ha realizzato, in un solo pomeriggio, la sua prima opera romana, ovvero la scritta “Forget”. Ho trovato davvero suggestivo il rimando a un’altra installazione che ho avuto il piacere di osservare dal vivo ad Atene, dal nome “Remember”.

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Entrambe le scritte sono in fabbriche abbandonate, ma in quella greca le coperte dei rifugiati impiegate sono dorate, mentre in quella romana sono girate, dal lato argentato.
Sarà per la locazione scelta all’interno della fabbrica, particolarmente in ombra, ma quel “dimenticare” ha un sapore un po’ amaro, quasi di una scelta determinata, seppur sussurrata e sofferta. Un viaggio riflessivo e catartico che ha inizio in Grecia e si conclude in Italia. O forse no, questo è solo quello che la sua arte mi ha comunicato; a ciascuno la sua libera eventuale interpretazione ed emozione.
Nota interessante: a causa del muro in penombra e della giornata nuvolosa le foto dell’opera, per l’artista quasi importanti quanto la stessa creazione e realizzazione (le foto delle sue opere sono in vendita), sono state poi gentilmente scattate e inviate, insieme a me, dal mio amico Skirl, che ringrazio ancora tanto per il gesto. Colgo l’occasione per dire che trovo, in effetti, davvero affascinante questa concatenazione tra gli artisti da me invitati a dipingere a Roma e spero che questa sinergia prosegua ancora a lungo, creando connessioni magiche tra artisti lontani.

Tornando a Iakovos, per la seconda installazione ci siamo spostati in un’altra fabbrica, a cui abbiamo dovuto purtroppo rinunciare per vari motivi, e ci siamo infine addentrati in una terza fabbrica, forse un po’ meno suggestiva delle altre ma decisamente meno pericolosa. In realtà il concetto di suggestivo, mai come con Nar, ho scoperto essere davvero personale. Una parete fatiscente, un buco sul soffitto, un colore predominante, tracce di storia e di passaggi più o meno temporanei di persone, oggetti più o meno inquietanti, la presenza o meno della vegetazione… tutto può fare la differenza in un luogo dismesso.
Ad attrarre la sua attenzione, in questa ex fabbrica, è stata una colonna situata al centro di un’ampia parete ricoperta da un umido tappeto di muschio, dal colore verde brillante.

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Che strano, ero già stata in quella fabbrica ma non mi ero mai soffermata su quel punto e non avrei mai pensato che quel posto potesse entusiasmarlo tanto. Avrei però compreso la sua felicità solo alla fine della realizzazione dell’installazione: strisce di abiti colorati hanno reso viva e impregnata di storie e di ricordi, anche miei, quel punto così desolato, in cui i colori risaltavano meravigliosamente su quello specchio verde smeraldo.

Per l’ultima installazione abbiamo avuto, invece, un po’ di fortuna. Passeggiando in un luogo periferico di Roma, sempre scrutando con attenzione recinzioni e passaggi, possibili porte verso luoghi inesplorati, ci siamo imbattuti in un un’ultima ex fabbrica, in cui sembrava non essere passato quasi nessuno prima di noi. In una splendida giornata di sole e con la sensazione di essere, come non mai, in un luogo “nostro”, segreto e al riparo da sguardi indiscreti e da possibili visite spiacevoli, l’artista ha scelto una bella parete gialla, con un suggestivo scorcio industriale alle spalle, per ideare la sua ultima opera. Questa volta gli abiti non sono stati arrotolati e fissati bensì tagliati con le forbici, dando vita con quegli spazi vuote alle lettere, che componevano stavolta la scritta “LIE”, mentire.

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Insomma, tre storie, tre opere, tre luoghi, tre bellissime esperienze che sono felice di aver vissuto in prima persona, e che spero possano emozionare anche voi. Ringrazio infine, di cuore, Nar per la compagnia, per le belle chiacchierate… e per le belle parole.

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