FateFestival: arte partecipativa nel casertano

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C’era una volta,
nel paese di San Potito Sannitico (CE), nel parco regionale del Matese, il quartiere Fate…
C’era una volta e adesso non più, o forse c’è ancora ma nessuno sa esattamente dove; chi lo ricorda in un rione, chi in un altro, ma certezza non ce n’è. Proprio come le creature dei boschi il quartiere è presente, ma ben nascosto. Ogni tanto però sembra riapparire fra giardini antichi e scorci mozzafiato del centro storico.
Ma “fate” è anche un verbo che sottintende partecipazione: fate voi, fate fest! Un gioco di parole che mescola magia a condivisione. È così che Giuliana Conte, fra gli organizzatori insieme a Tono Cruz e la Proloco, mi ha introdotto al concetto chiave del Fate Festival – il festival dei giardini, del cinema e dell’arte pubblica.

Dal 22 al 30 agosto l’intero paese è stato oggetto di una specie di incantesimo che ha fatto sì che artisti, esperti di urban gardening e giovani filmaker, a quattro mani con gli abitanti, rigenerassero un intero borgo. L’intera kermesse si potrebbe definire infatti un vero e proprio esperimento di arte partecipata e rigenerazione urbana dove tutti, artisti, architetti, registi e abitanti, sono stati invitati a prendere parte all’esperienza. E così, fra installazioni di rural design con l’associazione ru.de.ri., reading e concerti serali negli incredibili giardini dei palazzi storici accessibili per l’occasione, laboratori di serigrafia e fiabe per i più piccoli al lavatoio comunale, ha preso vita il Fate Festival.

mademoisellemaurice2Inoltre durante i giorni del Fest San Potito Sannitico si è trasformata in vero e proprio set cinematografico. Il Fate ha infatti ospitato, in gemellaggio con Castellamare del Golfo (TP), il Ci.Ci. film festival-concorso di cortometraggi che ha coinvolto 10 registi in erba nella realizzazione di filmati con un tema comunicato poco prima dell’inizio della competizione.
Tantissimi gli eventi proposti dunque, ma soprattutto tanti, tanti, tantissimi i muri da reinventare.
Gran parte del festival è stata infatti dedicata alla realizzazione di grandi murales da parte di artisti italiani e stranieri che, attraverso i loro lavori, hanno dato veste nuova al paese. Fino a qui nulla di nuovo; negli ultimi anni sono diventati tantissimi, forse anche troppi, gli eventi di street art e più in generale di arte pubblica realizzati in città e in piccoli centri. Ciò che è assolutamente diverso è il carattere, l’impronta collettiva di questa manifestazione, la spontaneità con cui artisti immensi come il cileno El Mono Gonzalez hanno lavorato ad opere monumentali insieme a ragazzi, bambini, persone del luogo. L’imperativo Fate diventa quindi un invito a divertirsi, a sporcarsi con i colori, a fare insieme. Lo spirito corale si ritrova anche nel lavoro di Mademoiselle Maurice. L’artista francese, insieme ai ragazzi del posto, ha “tessuto” il muro con delle mattonelle di riuso creando un motivo geometrico multicolor che però della freddezza matematica non ha nulla, anzi. Sembra piuttosto ricordare le trame delle coperte, dei tappeti, del calore di casa.

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I temi cardine, l’immigrazione e l’incontro fra i popoli, e l’aspetto partecipativo della manifestazione fanno sì che questi lavori sembrino essere sempre stati lì; e così perdendo lo sguardo fra le valigie dell’opera Transumanza di Bifido, i merletti di Nespoon, l’espressione malinconica della giovane migrante ritratta da Bosoletti, ci sembra di ascoltare una storia che è quella di San Potito Sannitico, ma che potrebbe essere quella di tanti altri piccoli centri da cui si partiva per cercare fortuna fuori, in terre lontane.
Questo aspetto rende i lavori ancora più validi; forse perché un murale, affinché sia davvero di tutti, richiede che tutti partecipino all’esperienza, forse solo così un muro può davvero raccontare una storia. E a quanto pare l’esperimento è riuscito visto che il lavoro di Malakkai me lo illustra orgogliosa la signora proprietaria del muro dalla finestra di casa sua: “vedi, queste sono due etnie diverse che si incontrano…”, mi dice.

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Al lavatoio Porta Agricola, Mariana Palomino (una dei due artisti in residenza presso il Centro d’Arte La Regenta delle Canarie insieme a Chris Tadeo ospiti al Fate) ha ritratto Antonietta, donna del luogo, mentre arriva con la tinozza piena di panni da lavare in testa, come si faceva una volta, e chissà che Antonietta un domani non ci porti i nipoti a vedere il suo ritratto al lavatoio.
Le memorie vengono infatti tramandate, come quando si guarda una vecchia foto, come quando guardiamo il lavoro di Tono Cruz dove due bambini di tanti anni fa, sguardo fiero e posa adulta, vanno a diventare grandi in un altro paese, in un’altra storia.
Sempre di Tono Cruz il bel ritratto di Fabrizio Caròla; l’architetto napoletano è infatti cittadino onorario di San Potito Sannitico dove ha portato avanti un progetto di costruzione che potremmo definire rurale. Caròla ha fondato la sua lunga e brillante ricerca, soprattutto nel continente africano, sul recupero delle tecniche di costruzione e strumenti primitivi come il compasso ligneo e lo studio delle forme naturali come curve e cupole. Tecniche di costruzione spontanea dove la progettualità consiste nel fare, costruire, “fate”.

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“La calma è la virtù dei forti”, è questa la scritta che campeggia fra i colori vitaminici del murales dei Boamistura ed è particolarmente vero se penso che il Fate è all’11° edizione, anni di lavoro, idee, proposte, coinvolgimento, il cosiddetto “lavoro sul territorio”che la Proloco svolge assiduamente. Insomma, pare che l’ingrediente segreto per fare le cose bene sia proprio la calma, la sostenibilità, il tempo.
Tempo che scorre come l’acqua dell’altro lavatoio, quello Aulecine, dove campeggia il ritratto di una splendida donna opera di Caktus e Maria, straordinario duo di artisti pugliesi.
Le donne sono protagoniste anche del lavoro di Hyuro; l’artista spagnola nell’opera “Espacios de empoderamiento” ne ritrae un gruppo riunito in cerchio. Un tono intimista, quasi uno scatto rubato ad un momento quotidiano, quello della chiacchierata fra donne, che si ripete fedele nei secoli.

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La stesso senso di sospensione ma con toni più cupi si ritrova nel lavoro di Milu Correch presente al Fest con l’opera Las Moiras. Mariela Arjas sembra indagare l’estetica anni 50 e l’inserimento della figura umana in uno spazio geometrico simile ad un cono di luce, un apparente bivio, quasi una metafora di infinite possibilità.

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Si conclude così il nostro viaggio virtuale. Il mio racconto non potrà purtroppo restituirvi i sorrisi, i piccoli momenti spensierati e l’allegria dei giorni del Fest, ma spero che valga come invito a fare un giro fra le mura di San Potito Sannitico, a perdervi nel quartiere Fate 😉

Federica Belmonte (Napoli Paint Stories – Street art tour a Napoli)

 

Per maggiori informazioni sul FateFestival:
Pagina Facebook
Sito ufficiale

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