Intervista alla fotografa Arianna Rubini: writer in azione e “yard romance”

Intervista alla fotografa Arianna Rubini in occasione dell’uscita della sua fanzine autoprodotta “Once upon a yard”, un progetto dedicato all’atmosfera delle yard di notte e ai writer in azione

Passamontagna, passo felpato, zaino (o busta) pieno di bombolette e l’adrenalina che circola in corpo; questa è la situazione tipo di ogni writer che decide di infiltrarsi nelle yard (deposito ferroviario) per andare a dipingere. Pur di “portare a casa un pezzo” si è disposti a tutto, dallo scavalcare muri e pericolose recensioni fino al correre il pericolo di essere scoperti dalla security, di essere arrestati, di farsi male durante un’eventuale fuga. Eppure la soddisfazione di lasciare il proprio nome su un pannello, la quiete delle stazioni di notte, la bellezza delle carrozze incustodite, il rumore dei passi sul pietrisco lungo i binari, la presenza rassicurante degli amici writer, vincono su tutto, paura e stanchezza compresi. Ogni notte in yard è un’avventura, un’esperienza unica e un’emozione fortissima. A raccontare la magia di queste esperienze ci ha pensato Arianna Rubini con la sua prima fanzine fotografica, chiamata appunto “Once Upon a Yard”, da poco pubblicata. La sua è una testimonianza appassionata ma delicata, che ha un sapore diverso rispetto ad altre foto e libri che documentano lo stesso tema e che ha come tratto distintivo quello di non mostrare mai l’azione. Nei suoi scatti le luci della notte avvolgono e incorniciano alcuni momenti salienti che precedono o seguono la “action”. A colpire, oltre all’attenzione per l’atmosfera e per la componente urbana del paesaggio, è anche l’originale e genuino aspetto narrativo: nella “storia” fotografica di Arianna non si respira tanto il pathos dei writer quanto il loro coraggio e la loro complicità. Ma lascio ora che sia lei a darmi la sua personale interpretazione del suo lavoro e a raccontarmi i dettagli della sua esperienza.

Come è nata l’idea di Once Upon a Yard? Hai realizzato gli scatti appositamente per questa pubblicazione o, viceversa, hai prima scattato foto e poi hai fatto un lavoro di selezione?

Tutto è nato per via di una necessità personale, volevo indagare alcuni aspetti del writing e “Once Upon a Yard” è stato il mio modo di fissare degli istanti correlati ad un mondo poco conosciuto che altrimenti sarebbero scomparsi. Come per ogni progetto, in cui inizi avendo in mente una cosa e poi finisci avendone fatta un’altra, ho iniziato a scattare senza prefissarmi un vero e proprio modus operandi. Fotografavo le scene più cariche di pathos, ma poi, quando mi sono ritrovata a fare il primo lavoro di editing per capire a che punto ero, mi sono resa conto che stavo raccontando sempre la stessa cosa. Non importavano luogo, luce e colori, la classica foto del tipo che dipinge il treno mi annoiava, non stavo immortalando niente di nuovo, continuavo a ripetermi e a ripetere qualcosa che è già stato fotografato da chiunque. Gli scatti sono sì, stati realizzati apposta per questo progetto, ma la selezione è stata fondamentale. È stato quello il momento in cui ho capito che non volevo raccontare dell’azione pura ma di tutto il contorno. Tuttora penso che il non passare attraverso un processo di editing porti a ripetizioni inutili tra immagini che alla fine non fanno altro che annoiare l’osservatore attento e impoveriscono il livello della produzione.

Cosa volevi comunicare o trasmettere con questa fanzine?

Inizialmente non c’era l’intenzione di comunicare qualcosa. Era più una necessità interiore quella di esplorare a livello fotografico la realtà della yard. Dopo qualche mese dall’inizio del progetto mi sono resa conto che però, a differenza di me che con l’ambiente dei graffiti ci ho sempre avuto a che fare, le persone normali non sanno assolutamente cosa succede la notte sui treni. Ho provato quindi a darne una mia personale interpretazione, cercando di soffermarmi sul rapporto che i writer instaurano con il treno e con la yard.

Come mai hai deciso di allegare un poster al libro?

Alcune autoproduzioni, a differenza dei classici libri veri e propri, presentano delle interessanti caratteristiche fisiche. Tasche con all’interno stampe, materiali che rimandano a determinate sensazioni, copertine con finestre che forniscono una parziale visione dell’interno. Come autrice, era mia intenzione impegnarmi affinchè risultasse interessante anche l’oggetto libro e non solo il suo contenuto. Da qui l’idea del poster, che ripiegato diventa una sovracopertina morbida, piacevole al tatto e che dona una maggiore tridimensionalità al prodotto finale. Inoltre c’è anche un discorso più profondo, legato al fatto che l’unica spiegazione del lavoro è scritta in uno dei lati di esso, quello nascosto. Per leggerla il fruitore deve aprire il poster, non è sufficiente sfogliare e basta il libro ma occorre affacciarsi fisicamente al suo interno. Il poster può inoltre essere appeso dal lato che più si preferisce e in questo modo prende una nuova forma ideale e diventa come un’appendice del libro.

Era un tuo sogno diventare una fotografa di graffiti o è un percorso che hai intrapreso casualmente? In quale circostanza hai iniziato a scattare questo tipo di foto?

Non è mai stato un sogno diventare fotografa di graffiti. Sicuramente l’esperienza del fotografare action e ambiance mi ha fatto capire che se voglio fare qualcosa che sembra inizialmente difficile, attraverso determinazione e testardaggine riesco a portarla a termine, però è da quando ho 14 anni che scatto foto per esprimermi: semplicemente il periodo della vita in cui sono mi porta a preferire una tematica piuttosto che un’altra. In questo caso, ho indagato su di un mondo che già in parte conoscevo e si prendeva una bella fetta dei miei pensieri.

Quali sono o sono stati i tuoi modelli di riferimento in questo senso? E i tuoi libri fotografici preferiti sui graffiti?

Provengo da una formazione di tipo artistico-fotografico quindi ho un vero e proprio culto per tutta una serie di autori e artisti che si esprimono con la fotografia. Per citarne qualcuno, Nan Goldin, Robert Mapplethorpe, Wolfgang Tillmans, Ryan McGinley, Gregory Crewdson, Luigi Ghirri, Alec Soth, Ed Templeton, John Divola. Anche il cinema ha una grande valenza all’interno del mio immaginario, impazzisco per David Lynch. Avvicinandomi a chi ha un background legato ai graffiti non posso non citare Alex Fakso. Non riesco a scegliere qual è il mio libro fotografico sui graffiti preferito, ne ho troppi, posso però dirti che il libro su Dumbo, che è il primo che comprai a 16 anni, ancora mi emoziona quando lo sfoglio.

Attualmente stai lavorando a qualche altro progetto?

Al momento ho almeno tre o quattro progetti in ballo, tutti iniziati ma che richiederanno mesi e in alcuni casi anche anni per venire ultimati. Alcuni di essi sono riflessioni che partono dal contesto dei graffiti e che lo esplorano in modo completamente diverso da come ho fatto in Once Upon a Yard. Non escludo però la possibilità di una nuova autoproduzione correlata a quel linguaggio: quel tipo di fotografia si è ora alleggerito di tutte le prime difficoltà che affrontavo all’inizio, sono diventate immagini che faccio per divertimento e alle quali non sono ancora pronta a rinunciare.

Facciamo un passo indietro. Come sei finita in una yard per la prima volta? Oltre all’attenzione e alla concentrazione che richiede lo scattare foto di notte e in movimento, perdipiù in una condizione così particolare, quali sono le sensazioni che provi durante queste “action”? E come ti vivi la cosiddetta “yard romance”?

La yard è un luogo ambiguo in quanto è teatro di emozioni e stati d’animo contrastanti: attenzione e imprudenza, soddisfazione e delusione, calma e paura. Le action possono essere divertenti all’inizio e diventare un incubo da un momento all’altro, ma una cosa è certa: danno dipendenza.
Per quanto riguarda la prima volta… Beh, non si scorda mai. Ti dico solo che avevo 15 o 16 anni, ci andai guidata da una pulsione che negli ultimi giorni era diventata ossessione ma la verità è che non sapevo neanche io cosa stavo facendo.

Quali sono stati i momenti e le esperienze più emozionanti che hai vissuto accanto ai writer?

Generalmente ogni notte ha i suoi aspetti interessanti, ma la volta in cui più mi sono emozionata è stata alla fine di un’estate, quando siamo partiti in una macchinata di cinque persone alla volta di una yard parecchio turistica in cui io non ero mai stata ma alla quale facevo la punta da mesi e che gli altri frequentavano di rado. Quando arrivammo la situazione all’interno era fuori controllo. C’erano writer che dipingevano ovunque, di varie nazionalità, mi ricordo di aver parlato italiano francese e inglese nel giro di pochi minuti. Il via vai di persone era pazzesco, ti camminavano dietro, alcuni si fermavano a salutarti, altri proseguivano nella soddisfazione della personale ossessione di lasciare il nome ovunque. C’è stato un momento in cui una decina di noi si è fermata dal fare ciò che stava facendo, ci siamo piazzati sui binari e abbiamo chiacchierato per un po’. In macchina la mattina durante il ritorno a casa ci siamo messi a contare in quanti fossimo là dentro. Trenta. Ogni tanto ritiriamo fuori questa storia, la chiamiamo “la sera della jam”.

Qualche aneddoto divertente, su qualcosa che ti è successo documen tando graffiti?

Sicuramente al primo posto metto quella volta in cui, sul finale di una fuga bruttissima, venimmo anche puntati da un laser, per poi successivamente scoprire che era un bambino da una terrazza lì sopra che si divertiva a spararcelo in faccia per farci uno scherzo. Infame!

Portare un fotografo in yard e, in generale, in situazioni illegali rischiose è sempre una grande responsabilità per i writer. È stato difficile far accettare la tua presenza e guadagnare la loro fiducia? E quali sono state le tue principali paure nell’affrontare questo tipo di situazioni?

Fotografia e graffiti sono sempre andati in coppia. Per i writer non ci sono mai troppi problemi a portare con loro qualcuno che li fotografa. C’è stato chi mi ha accolto sin da subito a braccia aperte e chi in principio era diffidente. Io con la consapevolezza di ciò che stavo facendo, ho sempre saputo muovermi bene all’interno del contesto e non ci sono stati problemi: dopo le prime volte di sospetto, ho percepito una bella sensazione di accoglienza nei miei confronti.
Le mie principali paure erano più che altro nei confronti della mia macchina fotografica, paura di urtare qualcosa correndo e romperla. Un’altra cosa che all’inizio mi turbava era l’idea di allontanarmi troppo dagli altri e questo mi limitava molto nelle foto che facevo. Ci ho messo un po’ a superarla, ed è stato unicamente perchè volevo spostare i miei limiti fotografici.

Pensi che essere donna abbia in qualche modo penalizzato o condizionato il tuo lavoro di reporter fotografica?

L’ambiente dei writer è una cerchia a maggioranza maschile e in molti casi diventa il riflesso della società patriarcale in cui viviamo. Ci sono alcuni writer, specialmente tra gli anziani, che sostengono che la yard “non siano un ambiente adatto alle tipe”, proclamano che non possono entrarci, fare graffiti o foto, solo perchè sono donne. Come donna, quando sono questi i segnali che mi arrivano, sento di dovermi impegnare il doppio per dimostrare che è una cazzata. Perchè se fallisci, questi sentono che avevano ragione, non perchè tu abbia fatto una mossa sbagliata, ma solo perchè sei una donna. Quando vinci però nessuno può dire più niente. “Once Upon a Yard” non è mai stato indebolito dal maschilismo, semmai ne è uscito più forte, perchè aveva molto di più da dimostrare.

Cosa ti piace di più del mondo dei graffiti? E cosa invece non sopporti?

Riallacciandomi al discorso di prima, detesto il concetto di “le tipe non hanno l’attitudine per stare in yard”. Ovviamente non sono tutti così, i giovani in particolare sono molto più aperti, forse anche perchè hanno più amiche che pittano o fanno foto. Questa mentalità è sottile ma presente, a volte anche tra le stesse donne, penso non ci sia nulla di più ignobile. Non sopporto poi chi vive unicamente delle vecchie glorie, e quelli che ti cercano solo perchè vogliono provarci. Adoro invece il fatto di girare le yard, studiarle a fondo, vedere nuove città. I viaggi di andata, quando l’adrenalina è palpabile, conoscere nuove persone, accorgermi di come alcune di queste rimangano e si crei un rapporto di amicizia che va oltre ai graffiti. L’ospitalità non scontata di alcuni, il senso di unione che si percepisce con le persone giuste quando si entra a fare un’azione. Lo stringersi gli uni accanto agli altri quando si crea una situazione di pericolo. Mi affascina soprattutto l’ingegno di certi, lo sbatto che si fanno per raggiungere un treno lasciato in posti assurdi, la dedizione che mettono quando scrivono il loro nome sui treni… E i treni, i treni li amo.

Foto credits: @ariannarubini

1 Comment

  • Avatar Graziano Priotto ha detto:

    Complimenti Arianna,
    Il tuo è un progetto molto interessante, soprattutto per aver documentato indiretamente questo tipo di espressione artistica trasgressiva. È
    un settore artistico che non conosco direttamente ma che acquista crescente importanza e speriamo non venga istituzionalizzato e commercializzato.

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